« Da dove vengo, dove mi hai trovato? » domanda il neonato alla mamma.Lei piange e ride ad un tempo e, stringendo il bimbo al petto, gli risponde:Tesoro mio, eri nascosto nel mio cuore, eri il suo desiderio.
Eri nelle bambole della mia infanzia quando, ogni mattina, modellavo nell'argilla l'immagine del mio Dio, eri tu che facevo e rifacevo.Tu eri sull'altare con la divinità del nostro focolare; adorandola, adoravo te.In tutte le mie speranze, in tutti i miei amori, nella mia vita, in quella di mia madre, sei tu che hai vissuto.Lo spirito immortale che protegge il nostro focolare ti coccola sul suo seno dalla notte dei tempi.
Nella mia infanzia, quando il cuore apriva i suoi petali, tu lo avviluppavi, come un profumo inebriante.La tua delicata freschezza vellutava le mie giovani membra come il riflesso della rugiada che precede l'aurora.Tu, piccolo del cielo, che hai preso per sorella gemella la luce del primo mattino, tu sei stato portato dalle onde della vita universale che ti ha infine posato sul mio cuore.
Mentre contemplo il tuo viso, il mistero mi inghiotte; tu che appartieni a tutti mi sei stato donato!Per paura che mi scappi, ti tengo stretto al cuore.Quale magia il tesoro del mondo ha consegnato nelle mie fragili braccia?
Rabindranath Tagore
sabato 12 dicembre 2009
domenica 30 agosto 2009

Mentre Cecilia stava parlando con Costantini arrivò una ragazzo alto , scuro, con indosso una camicia rosa a righe viola e un paio di jeans, di aspetto gradevole e con lo sguardo perso in chissà quale antro della mente. – Luca, vedi un po’ è arrivata la nostra nuova collaboratrice, la signorina Cecilia Mecozzi- fece Costantini. – Piacere, la signora Marchi mi ha telefonato poc’anzi per vedere se era arrivata. Bene, si sieda pure nel mio ufficio che le presento il suo primo lavoro. - fece Luca.
A Cecilia non sembrava di aver di fronte uno scansafatiche e a guardarlo bene non aveva affatto la fronte o i capelli bagnati per il ghiaccio. L’impressione era di una ragazzo gentile e ben curato.
Cecilia si sedette sulla poltroncina nera con le ruote che nel frattempo Luca aveva trascinato dal corridoio e, tanto per darsi un tocco professionale aveva tirato fuori il suo taccuino per gli appunti. Luca la guardò divertito ma non disse nulla. Iniziò a presentarle subito il suo lavoro.
- Il suo primo compito è un’ intervista. Si, è giunta in città Mirella Viandoni e lei dovrà appunto intervistarla.
Vede, essendo questo l’ufficio cronaca e costume non ci interessa il suo percorso artistico ma vogliamo conoscere la donna. Lei fingerà di essere interessata al suo ultimo album ma in ultima analisi dovrà estrapolarle confessioni personali. Non è facile, non è bello ma funziona così. È la gavetta , anch’io ci sono passato.- Capisco, non è mia intenzione ribattere, cercherò di prepararmi delle belle domande sperando di fare un lavoro dignitoso- ribattè Cecilia.
- Posso darti del tu?- fece Luca- Si, senza problema- rispose Cecilia.
- Non avrai tempo di prepararti le domande perché la signora Viandoni è qui.
Cecilia sbiancò, per un attimo le mancò il respiro. Fece finta di mantenere un certo aplomb e salutò la signora Viandoni.-
-Si, sono qui per l’intervista, l’avevo promessa a Luca. Non gli si può mai dire di no. Bene signorina facciamo presto- attaccò subito l’artista.
Cecilia aveva la mente vuota, tenne stretto il suo taccuino nella mano e cercò di trasformarsi nella giornalista sfrontata e garbata al tempo stesso.
- Nella sua ultima canzone compare ancora una volta l’amore . Crede nell’amore eterno?-
- No. Sono baggianate inculcate dal neoplatonismo occidentale. L’amore eterno non esiste, se la smettessimo di crederci non ci sarebbero tutti i problemi che le coppie hanno oggi.
- La sua affermazione sembra un po’ cinica-
- Si, forse lo è ma ho imparato a guardare la vita con disincanto. L’amore di coppia è una forma meschina d’amore non esente da tante piccole crudeltà che col tempo non possono che diventare grosse crudeltà generando dolore.
- Eppure nel testo della canzone si parla di un grande amore.
- Si, perché è un amore idealizzato. Idealizzato e pertanto non consumato. Solo così si può sfidare il tempo.
- Cosa sta cercando in questo momento della vita?
- Cerco di essere serena.
- Non felice?
- La felicità, come sostenevano gli antichi è assenza di dolore. In questo caso allora sono felice ma oggi parlerei appunto di serenità. Cosa vuole che cerchi.
Una volta lessi Sartre e mi colpì la frase “ siamo specchi che scivolano sul nulla”. Niente più.
Niente più?
- Niente più-
A Cecilia non sembrava di aver di fronte uno scansafatiche e a guardarlo bene non aveva affatto la fronte o i capelli bagnati per il ghiaccio. L’impressione era di una ragazzo gentile e ben curato.
Cecilia si sedette sulla poltroncina nera con le ruote che nel frattempo Luca aveva trascinato dal corridoio e, tanto per darsi un tocco professionale aveva tirato fuori il suo taccuino per gli appunti. Luca la guardò divertito ma non disse nulla. Iniziò a presentarle subito il suo lavoro.
- Il suo primo compito è un’ intervista. Si, è giunta in città Mirella Viandoni e lei dovrà appunto intervistarla.
Vede, essendo questo l’ufficio cronaca e costume non ci interessa il suo percorso artistico ma vogliamo conoscere la donna. Lei fingerà di essere interessata al suo ultimo album ma in ultima analisi dovrà estrapolarle confessioni personali. Non è facile, non è bello ma funziona così. È la gavetta , anch’io ci sono passato.- Capisco, non è mia intenzione ribattere, cercherò di prepararmi delle belle domande sperando di fare un lavoro dignitoso- ribattè Cecilia.
- Posso darti del tu?- fece Luca- Si, senza problema- rispose Cecilia.
- Non avrai tempo di prepararti le domande perché la signora Viandoni è qui.
Cecilia sbiancò, per un attimo le mancò il respiro. Fece finta di mantenere un certo aplomb e salutò la signora Viandoni.-
-Si, sono qui per l’intervista, l’avevo promessa a Luca. Non gli si può mai dire di no. Bene signorina facciamo presto- attaccò subito l’artista.
Cecilia aveva la mente vuota, tenne stretto il suo taccuino nella mano e cercò di trasformarsi nella giornalista sfrontata e garbata al tempo stesso.
- Nella sua ultima canzone compare ancora una volta l’amore . Crede nell’amore eterno?-
- No. Sono baggianate inculcate dal neoplatonismo occidentale. L’amore eterno non esiste, se la smettessimo di crederci non ci sarebbero tutti i problemi che le coppie hanno oggi.
- La sua affermazione sembra un po’ cinica-
- Si, forse lo è ma ho imparato a guardare la vita con disincanto. L’amore di coppia è una forma meschina d’amore non esente da tante piccole crudeltà che col tempo non possono che diventare grosse crudeltà generando dolore.
- Eppure nel testo della canzone si parla di un grande amore.
- Si, perché è un amore idealizzato. Idealizzato e pertanto non consumato. Solo così si può sfidare il tempo.
- Cosa sta cercando in questo momento della vita?
- Cerco di essere serena.
- Non felice?
- La felicità, come sostenevano gli antichi è assenza di dolore. In questo caso allora sono felice ma oggi parlerei appunto di serenità. Cosa vuole che cerchi.
Una volta lessi Sartre e mi colpì la frase “ siamo specchi che scivolano sul nulla”. Niente più.
Niente più?
- Niente più-
domenica 23 agosto 2009
L’indomani Cecilia si svegliò con quel strano pizzicore nelle ossa dell’anima che sentiva di quando in quando faceva il pieno di emozioni. Emozioni che il giorno dopo la facevano sentire come la risacca del mare quando lascia i suoi mitili sulla battigia. Svuotata. Pensava al suo futuro. Se la prendeva con il suo lavoro, con il suo cane, con i vari contrattempi che intercorrono quotidiani quando si rese conto che erano solo capri espiatori. Non erano quelli davvero i suoi mali e lei lo sapeva benissimo. Oggi sarebbe andata alla redazione del Corriere e si sarebbe presentata. L’ aspettava una giornata importante come importanti sono tutti gli incipit, anche delle cose più banali. Alle 8.00 del mattino puntuale Cecilia si trovò sulle scale della redazione. Il” Corriere del Conca” aveva una succursale estiva in un vecchio albergo dismesso a ridosso della spiaggia. L’aria salmastra del mattino placò il suo pizzicore nelle ossa dell’anima, la spiaggia già brulicava di vari corpi seminudi al sole, gli ombrelloni erano tutti gialli e aperti come girasoli . L’ufficio cronaca e costume era una modesta stanza con scrivania e computer, una finestrella con balconcino che, meraviglia, dava proprio sul mare. Quando bussò non le rispose nessuno. Entrò con garbo e vide l’ufficio vuoto, la scrivania perfettamente in ordine, il computer acceso. Pensò che chi ci lavorava magari si era assentato per un attimo.- Buongiorno, cerca il signor Luca Rigoni? Beh, casca male, su una settimana di lavoro si presenta tre giorni e in quei tre giorni non fa che fare avanti indietro dal frigo per bendarsi la testa col ghiaccio. Dice di soffrire di forti emicranie che solo il ghiaccio lenisce…bah. Comunque scusi, signorina desidera?
- Io sono Cecilia Mecozzi e sono stata segnalata dalla signora Marchi per una temporanea collaborazione con l’ufficio……appunto con l’ufficio del signor Rigoni.
- Ah, è lei? Piacere io sono Guido Costantini, responsabile della cronaca estera. Bene, spero proprio che abbia voglia di darsi da fare, qua di lavoro ce n’è parecchio!
Mentre stava parlando con il signor Costantini vide passare per il corridoio una signora vestita con una specie di kimono fuxia di raso e con i capelli raccolti in un’ alta coda di cavallo. Cecilia la guardò incuriosita.
- Non ci faccia caso, lei è la redattrice degli articoli sportivi e siccome non ci capisce un acca né di calcio né di altro non fa che girare con le sibille in mano o il pendolo per pronosticare i risultati……che ci vuol fare, è fatta così…fatto sta che con quelle sibille ci becca eccome! A me ha predetto che sarei stato trasferito a Milano e volilà, in autunno andrò a lavorare alla direzione centrale che si trova appunto a Milano.
Cecilia si guardò attorno basita e si chiese se era finita davvero in una redazione giornalistica o in un fumetto di Marvel.
domenica 26 luglio 2009

La signora sciabordava ancora il suo fiume di parole e Cecilia aveva completamente staccato l’orecchio mentale da ciò che la Marchi stava dicendo. Aveva iniziato a viaggiare coi pensieri ma nel contempo fingeva di essere attenta, sorrideva, annuiva e guardava le labbra della donna dipinte col rossetto rosso laccato il cui contorno, puntellato da piccole rughette, era ripassato con una matita color mattone. Quelle labbra così truccate le davano un aspetto inquietante e vagamente circense. Bozzettista. Non era quello in cui aveva sperato e creduto. Aveva ricevuto la raccomandata con invito, sull’invito c’erano frasi di congratulazioni. Si era scioccamente illusa . E le illusioni non sono quasi mai frutto di fantasia tout court, vengono alimentate da qualcosa che è palpabile nella realtà, da alcuni fatti, dalle cose dette e non dette, da quell’insieme di indizi che ti fa credere e sperare che si…, forse……magari… Cecilia aveva sbagliato. Aveva sbagliato ed ora doveva riavvolgere il nastro. Anche se non era quello che aveva sperato c’era pur sempre un rapporto di lavoro in ballo. Chissà, magari prendendolo come base di partenza…e …si, il lavoro alla rivista….ma si! Quando la ridda dei pensieri di Cecilia s’arrestò anche la signora Marchi finì di parlare. Cecilia intuì che la signora le aveva fatto una domanda e che era in attesa di risposta. Oddio, ma cosa le aveva chiesto? Fece finta di tergiversare per vedere se la signora avrebbe reiterato la domanda. “ Ecco vede, io ….si, ecco, dovrei vedere come….” Balbettò Cecilia . “ Beh, fossi in lei non ci penserei così tanto, sa quanta gente là fuori vorrebbe essere al suo posto?- incalzò la signora Marchi.
Cecilia uscì un’ ora dopo dall’ufficio con in mano un favoloso contratto a progetto a tempo determinato. Le prime bozze non sarebbero nemmeno state pagate. Nel frattempo avrebbe dovuto presentarsi alla redazione del “ Corriere del Conca” per conoscere la redazione e prender confidenza con i vari uffici.
Ancora frastornata dall’incontro della giornata Cecilia fece per tornare a casa. Aveva solo voglia di togliersi i sandali, bersi una limonata freddissima e raccogliere le idee. Collaboratrice de il “ Corriere del Conca”. Si. Suonava bene. Sul suo romanzo come notizia inerente il curriculum dell’autrice sarebbe apparso più o meno questo trafiletto: “ Cecilia Mecozzi nata a Castel Spina nel 1978 dopo la laurea in lettere e la specializzazione in giornalismo inizia la sua collaborazione presso le edizioni Faraday e il “ Corriere del Conca “ come giornalista di articoli di costume e di cronaca locale.”
Cecilia uscì un’ ora dopo dall’ufficio con in mano un favoloso contratto a progetto a tempo determinato. Le prime bozze non sarebbero nemmeno state pagate. Nel frattempo avrebbe dovuto presentarsi alla redazione del “ Corriere del Conca” per conoscere la redazione e prender confidenza con i vari uffici.
Ancora frastornata dall’incontro della giornata Cecilia fece per tornare a casa. Aveva solo voglia di togliersi i sandali, bersi una limonata freddissima e raccogliere le idee. Collaboratrice de il “ Corriere del Conca”. Si. Suonava bene. Sul suo romanzo come notizia inerente il curriculum dell’autrice sarebbe apparso più o meno questo trafiletto: “ Cecilia Mecozzi nata a Castel Spina nel 1978 dopo la laurea in lettere e la specializzazione in giornalismo inizia la sua collaborazione presso le edizioni Faraday e il “ Corriere del Conca “ come giornalista di articoli di costume e di cronaca locale.”
domenica 12 luglio 2009

La porta dell’ufficio della signora era una vecchia porta anni 70, ricoperta di formica finto legno e la maniglia d’acciaio rotonda con il pulsante al centro da spingersi per aprirla. Nessuna etichetta o insegna al di fuori. Cecilia bussò. – Avanti- le rispose una voce decisa. Di fronte a lei stava una donna di mezza età, i capelli rossi tinti e ritinti, la mano sinistra completamente inanellata d’oro, lo sguardo severo, un naso arcigno, la carnagione piuttosto scura che spiccava notevolmente sul lungo abito turchese acceso. – Prego si sieda- le disse la signora Marchi. Sulla scrivania c’era una copia del manoscritto di Cecilia e la signora lo prese fra le mani ed iniziò a sfogliarlo. – Uhm, quello che lei ha scritto mi ha in un certo senso colpita…. E si, devo dire che mi ha anche fatto sorridere, cosa non facile per me, avvezza ormai a leggere di tutto ..sa, faccio sempre più fatica a stupirmi e a divertirmi.- Cecilia fece per risponderle sorridendo ma la signora era un fiume di parole inarrestabile e non gliene diede modo- Dunque la descrizione della sua protagonista, gli ambienti della moda, le piccole disavventure, i consigli di bellezza, la sua attività di confezionamento di collane in casa….si….si…..ma, diciamocelo sinceramente, nulla di nuovo sotto il sole- Cecilia s’irrigidì, la signora Marchi si accese una sigaretta. – Non me ne abbia ma non mi sento di pubblicarle questa……mah.- Seguì un attimo di silenzio-.Ecco lei mi chiederà perché l’ho fatta chiamare…….- Si, io veramente pensavo che….- provò Cecilia- Guardi signorina, vengo subito al punto, mi servirebbe una bozzettista. Si una bozzettista. Poi se fa bene il suo lavoro avrei un contatto con una rivista, ma di questo ne parleremo in seguito se ci sarà un seguito. – Cecilia la guardò incredula e stava cercando di ripetersi il discorso appena sentito per vedere se per caso non avesse inteso bene.- Bozzettista? E cioe?- si disse. Non sapeva che risponderle, rimase ammutolita e basita. – Beh, so che non era quello che lei sperava ma sa, bisogna sempre iniziare dalla base cosa crede? Qua arrivano ogni giorno pile e pile di manoscritti, alcuni ne leggo solo l’inizio, altri solo la fine altri ancora li cestino direttamente senza neanche aprirli….sa, magari quel giorno non mi gira e c’è un titolo che non mi ispira ,o il colore della copertina inguardabile…Va così , va così, cosa crede? Questo per me è un lavoro. Cosa crede? Pensi che alcuni manoscritti mai letti sono diventati delle colonne su cui poggiano alcuni portafoto di casa mia- incalzò la donna. La signora Marchi parlava e fumava, parlava e fumava , Cecilia avrebbe voluto scappare ma le sue gambe erano come la pietra, il respiro corto. No, proprio l’odore del fumo non lo sopportava.
giovedì 9 luglio 2009
Le tende un po’ scostate sulle piccole finestre socchiuse dalle quali la luce del sole faceva brillare la polvere che attraversava il suo raggio, ogni tanto un alito di vento ondeggiava le foglie dell’orchidea posta sul davanzale. Cecilia stava ancora dormendo e quella notte sognò un campo di grano così luminoso e profumato che quando si svegliò le sembrò di aver fatto una corsa all’aria aperta. Si stirò, allungò le braccia verso l’alto e poi le pose incrociate sotto la sua testa e il cuscino. Piegò infine le ginocchia e osservando il soffitto si mise a pensare, o meglio a fantasticare sui suoi possibili successi. Il manoscritto era appoggiato accanto a lei sul comodino, 245 pagine scritte di getto con passione e quell’ispirazione che da tempo non riusciva più a trovare. Alle 10 avrebbe dovuto presentarsi alla casa editrice e lì le avrebbero dato la risposta. Le avrebbero detto se il suo manoscritto sarebbe o meno stato pubblicato e distribuito. Già vedeva copie del suo scritto nelle librerie, già s’immaginava vecchie conoscenze ormai dimenticate ricontattarla e dirle: - Ma sei proprio tu l’autrice di “ Mille perle, thank you my lady?”- e lei avrebbe risposto.- beh, sono io, è iniziato tutto per scherzo io non volevo affatto che fosse pubblicato ma è stata mia sorella che l’ha spedito alla casa editrice sai…- Ah, che soddisfazione vedere che le proprie capacità vengono apprezzate. Dopo un po’ che si era crogiolata in questo ed altri rosei pensieri si preparò con calma, apri l’armadio e indossò una semplice camicia bianca , un paio di jeans blu notte, i sandali color oro abbinati alla catena d’oro che portava al collo arricchita di diversi ciondoli: un filo di gloss e voilà, pronta per quello che sarebbe senz’altro stato il suo giorno del cambiamento. La casa editrice era il quarto piano di un anonimo palazzone grigio posto in fondo alla via Prisco, uno dei tanti campanelli del palazzo, il campanello con su scritto “Faraday edizioni”. Suonò. Nessuno rispose al citofono. Suonò ancora timidamente. Nulla . Guardò l’orologio controllando data e ora per vedere se si fosse sbagliata sull’appuntamento. No, data e ora coincidevano con l’invito ricevuto. Cecilia indietreggia, alza il capo verso il quarto piano portando la mano sulla fronte a mo’ di visiera per riparare gli occhi dal sole, percorre il perimetro del palazzo, torna al campanello “ Faraday edizioni” e suona di nuovo. Questa volta vigorosamente. Finalmente le risponde una voce di donna che chiedeva chi fosse e Cecilia rispose :- sono Cecilia Mecozzi, avevo appuntamento alle 10 con la signora Marchi per…- Si, si si, non c’è bisogno che mi faccia una narrazione al campanello. Salga.Cecilia percorse in fretta i primi tre piani di scale e rallentò sull’ultima rampa per riprendere fiato e non arrivare troppo trafelata di fronte alla signora Marchi. La signora della carta stampata, la signora che l’avrebbe fatta entrare nel jet set della narrativa italiana, la signora che aveva fatto una subitanea carriera per aver avuto l’intuito giusto di lanciare scrittori promettenti. E Cecilia si disse e si convinse di essere promettente.
martedì 7 luglio 2009
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